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«Dietro la protesta razzismo strisciante»

MILANO — Per i pidocchi il certificato medico ci vuole, sono più "contagiosi" del morbillo. Finchè non si è certi che è sparita l'ultima lendine, l'ultimo uovo, il bambino non può tornare a scuola. Ma per le altre malattie infettive le regole sono cambiate. La Lombardia, Milano, si sono adeguati alle indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità e dell'Unione Europea. La medicina scolastica? Scomparsa dal '78, per legge nazionale, la 833. È mai possibile che solo le mamme milanesi non l'abbiano ancora capito?».
Dal secondo piano di via Pola, sede della direzione Prevenzione dell'assessorato alla sanità regionale, reagiscono con forza alle proteste di chi invoca il ripristino del certificato medico per la riammissione a scuola dei bimbi dopo una malattia. E coloro che sovrintendono il delicato settore, stavolta, non nascondono un po' di irritazione. «Se uno ha la tubercolosi ci sono protocolli rigidissimi che spiegano cosa deve fare, dove deve andare, chi lo deve curare e chi è responsabile di reimmetterlo al lavoro. Per le malattie infettive i responsabili sono medici di base e pediatri. Spetta a loro ogni indicazione. Quanto alla medicina scolastica, non scherziamo! Abolita da vent'anni. A Milano, ci sono 500 operatori, laureati, tecnici, infermieri, del dipartimento prevenzione della Asl. Cinquemila in Lombardia. A disposizione anche dei presidi e dei direttori».
Nella protesta, commenta un medico igienista, «non c'è nulla di ideale. Piuttosto sembra di intravedere un razzismo serpeggiante, che preoccupa». Se le malattie infettive sono più che dimezzate negli ultimi dieci anni nella Regione, forse, lo si deve proprio all'impianto del servizio di prevenzione. Un modello che è stato esportato, che ha ricevuto premi e riconoscimenti nazionali e persino europei, che conta su 500 esperti nel capoluogo ma addirittura 5000 sull'intero territorio regionale.
Paola D'Amico

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