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Coordinamento Cittadino Genitori – Milano, 23 Ottobre
In risposta alle dichiarazione contenute nel box “”Dietro la protesta razzismo strisciante” pubblicato su Il Giorno Lombardia del 23 Ottobre (leggi)


Nessuna nostalgia per i certificati, nessun razzismo
Il neonato Coordinamento Cittadino Genitori ha preso vita grazie all’iniziativa e al lavoro volontario di alcune madri-lavoratrici  milanesi, all’inizio due soltanto, che, apprese le novità portate dalla Legge Regionale 12, hanno riflettuto e sentito l’esigenza di estendere la divulgazione e la riflessione sulle nuove  problematiche portate da tali novità, aprendo un confronto non accademico ma pragmatico con gli operatori della scuola e gli altri genitori,. Attraverso il passaparola abbiamo percepito un grande interesse e una richiesta generalizzata di “fare qualcosa”.
Abbiamo inizialmente avuto la sensazione  che un malinteso senso di libertarismo abbia condizionate le buone intenzioni del legislatore: la necessità di sburocratizzare e “semplificare” la vita ai cittadini, senz’altro condivisibile in via di principio,  potrebbe avere effetti non previsti applicata a una realtà sociale che non è quella ideale.  Dall’osservatorio privilegiato di genitori frequentatori della scuola pubblica milanese, vediamo che fasce di emarginazione e sacche di povertà sono presenti e si espandono a macchia di leopardo in molte realtà, e proprio a protezione delle fasce più indifese (cioè i bambini di famiglie disagiate) apprezzeremmo che la scuola fosse per tutti occasione di educazione, anche alla salute.
La legge che abolisce il certificato di riammissione ci preoccupa perché in una realtà dove la medicina scolastica, non da oggi, è vero, è quasi smantellata, restava l’unica protezione a tutela del bambino stesso. Dava cioè la certezza che il bambino fosse stato visitato e curato da un pediatra, che ne aveva constatato la guarigione. Nel caso di malattie infettive, poi ,  tutelava anche la comunità  scolastica(se è vero come sostiene il legislatore che le malattie infettive normalmente non sono contagiose dopo 5 giorni dall’insorgenza, in letteratura risulta che per alcune la durata si può estendere a 7-8 giorni, a seconda della risposta immunitaria del paziente colpito).
Non abbiamo alcuna passione per i certificati, sappiamo che non sono sufficienti a garantire la salute, ma pensiamo che eliminare l’unico, seppur insufficiente, strumento di tutela senza sensibilizzare e responsabilizzare  le famiglie ed i pediatri di base, unici delegati alla salute dei piccoli, a una maggiore e più stretta collaborazione (diremmo: frequentazione) riduca il diritto alla salute di tutti i bambini. Inoltre, pensiamo che sia una pretesa eccessiva chiedere di fatto alle famiglie di autocertificare una guarigione (L’ASL di Milano pare condividere tale teoria, dal momento che per la riammissione a scuola dopo la guarigione da pediculosi che, seppur fastidioso evento parassitario, non è una malattia,  esige il certificato medico) e temiamo d’altro canto che possa essere interpretato dai genitori meno attenti o meno informati, o meno presenti (magari perché in condizioni di lavoro precarie, c’è chi lavora ad ore, chi svolge più lavori…) come un invito a far da sé anche la diagnosi… E’ vero che l’avvento del pediatra di base avrebbe potuto risolvere gran parte dei problemi di salute dei piccoli, ma nella realtà non sempre l’accesso a tale servizio è garantito a tutti  nella città di Milano (il numero di pediatri è insufficiente ed i pediatri hanno un grande numero di pazienti, che li rende molto impegnati e a volte scarsamente reperibili) e la necessità del certificato garantiva proprio almeno l’intervento e l’interessamento del pediatra.  L’unica spinta che ci muove, è vero, non è affatto ideale: è pragamatica. La nostra piccola battaglia di civiltà, che sembra essere compresa dai genitori visto il consenso che sta riscuotendo,
non è una battaglia “contro” , ma una battaglia “per”. Innanzitutto per estendere il diritto alla salute di tutti i cittadini, a cominciare dai bambini. E’ l’ atteggiamento ultra-liberista e fortemente devolutivo  da parte delle istituzioni  nel campo della salute, che può avere effetti discriminanti e razzisti .

Anna Romanelli, Elisabetta Pellarin

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