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LA SCUOLA NEI PROGRAMMI DEI PARTITI

La scuola non è stata di certo un tema centrale o prioritario nel programma elettorale dei principali partiti che si sono presentati alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile: i punti che la riguardano, in programmi sempre più snelli e sintetici, giungono sempre verso la fine.

Partiamo da chi ha vinto, e quindi si assumerà nei prossimi cinque l'onere di "governare" la scuola italiana.

Nel programma del PdL si trovano due asserzioni assai condivisibili, che quasi sorprendono: “rivalutazione del ruolo dell’istruzione pubblica come luogo di interrelazione di classi sociali e di culture, per meglio corrispondere al crescente bisogno di spirito critico e di conoscenza”, e “sostituzione dell’ora di religione con storia delle religioni”.

Poi accenni alla “privatizzazione” del ruolo degli insegnanti (con agenzie di valutazione e possibilità di licenziamento) e, anche qui un passaggio inquietante, all’”aggiornamento delle discipline”.

Non è esplicitato nel programma, ma sappiamo che nel PdL è diffusa l’idea (sostenuta dall’ex sottosegretario Valentina Aprea) di una “riforma degli organi collegiali con individuazione di un ruolo forte del consiglio di amministrazione”, e con una riduzione conseguente del ruolo della componente genitori.

Volutamente, ignoriamo qui - considerandola una sgradevole boutade - l'intervista al senatore Marcello Dell'Utri, la settimana prima delle elezioni, che affermava «I libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza, saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni. Questo è un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione». Ecco, un approccio simile ci inquieta, e spiace (e preoccupa) che il leader del PdL non abbia smentito questa (ed altre assai più gravi) affermazioni contenute nell'intervista.

Molto articolato e diffuso il programma della Lega Nord, che evidentemente riconosce e capisce assai meglio di altri partiti il valore della scuola nella diffusione di modelli culturali. La Lega sottolinea nei suoi programmi il forte legame che deve avere la scuola con la realtà locale in cui si trova, paventando i rischi della "globalizzazione" (vista come un pericolo da contrastare), ed includendo teatro dialettale e corsi di cultura locale. Di conseguenza, è forte il richiamo alla sempre maggior diffusione delle scuole non statali ed alla "libertà di scelta" da parte delle famiglie, che si vuole agevolare tramite lo strumento del "buono scuola": preoccupante e demagogica risulta però in questo caso la definizione di "scuole libere".
Nonostante la bocciatura del referendum sulla Riforma Costituzionale del 2006, nel programma della Lega ritroviamo la seguente dichiarazione: "Il nostro obiettivo rimane dunque il trasferimento dallo Stato alle Regioni delle competenze in materia di istruzione. Vogliamo che la Scuola diventi libera espressione del proprio territorio, con programmi didattici differenziati e proprio personale insegnante.".

Da qui la volontà di riprendere la riforma Moratti, soprattutto per la possibilità delle Regioni di definire in proprio una quota dei programmi. (Degna di nota la notazione: "Peccato che il Governo Prodi, per mano del Ministro Fioroni, abbia deciso di sospendere la Riforma scegliendo di riproporre la solita scuola vetusta, centralista e paralizzata dalla burocrazia.").
Conclude il programma una esaltazione della "scuola padana", di cui è un esempio pratico la Scuola Bosina di Varese, archetipo per eccellenza della "scuola secondo la Lega": lo studio di lingua, storia e tradizioni locali diventa "centrale" rispetto alle materie tradizionali, allo scopo di riaffermare una identità locale in grado di difendersi dalle spinte della globalizzazione.

Nel programma del principale partito di opposizione, il Partito Democratico, colpisce di certo, tra gli obiettivi posti per la scuola, quello di “assicurare il successo educativo a tutti i ragazzi fino ai 16 anni”: là dove un concetto di “successo educativo” non meglio identificato nonchè la volontà di “assicurarlo”, assumono una connotazione piuttosto preoccupante.
Portare al diploma almeno l’85% dei ragazzi con una qualificazione spendibile nel mondo del lavoro; rivalutare l’istruzione tecnica e professionale, integrare l’educazione all’arte, sono i passaggi a completare i “quattro obiettivi precisi” del PD.

Forte poi l’accento sull'autonomia delle singole scuole, che deve essere ampliata valorizzando, nel contempo, la professionalità dei docenti. Gradito il passaggio “sulla possibilità effettiva dei genitori di scegliere sul territorio la scuola cui iscrivere i figli e di partecipare consapevolmente alla sua gestione”, anche se è opportuno attendere le proposte di riforma degli OO.CC. prima di gioire.

Matematica e inglese sono materie che vanno rafforzate, e le scuole vanno “aperte” (in modo, si spera, più concreto di quanto accaduto fin ora con il progetto “Scuole Aperte”) e trasformate in attraenti risorse per il territorio in cui sono inserite (destinate ad ospitare ogni sorta di attività extrascolastica per garantire un utilizzo ottimale delle strutture,oltre a ospitare più cicli ed indirizzi formativi): l’idea è quella molto americana del “campus”.

L'Italia dei Valori si limita ad alcuni punti di estrema sintesi: integrazione Università/Imprese su progetti di ricerca e innovazione, diffusione delle nuove tecnologie informatiche (Wi Max) e loro insegnamento a partire dalle scuole elementari, insegnamento di elementi di lingua inglese a partire dagli asili.

Stringatissima anche la proposta dell’UDC: maggiori investimenti nella scuola pubblica, “Buono scuola” per la libertà d’educazione: contributo alle spese della retta per i figli che frequentano scuole paritarie.Deduzione dal reddito delle spese (rette e mensa) per gli asili nido, le scuole materne e i libri scolastici.

La Sinistra l’Arcobaleno - non più rappresentata in Parlamento - "ritiene la laicità della scuola pubblica fondamentale a partire dal rispetto rigoroso del principio che le scuole private sono libere, ma senza oneri a carico dello Stato”, propone la generalizzazione della scuola dell’infanzia, l’estensione del tempo pieno e prolungato, l’innalzamento dell’obbligo scolastico da fare nella scuola e da portare progressivamente a 18 anni; la valorizzazione del ruolo dell’insegnante come intellettuale educatore".


A cura della redazione di Genitori e Scuola
Maggio 2008