|
CHE SI PUO' FARE AL DI LA' DEI DISCORSI? I diritti dell'uomo e la scuola Di Il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo è stato l'occasione per numerose iniziative pedagogiche tanto diversificate che meritevoli: pubblicazioni, lezioni di morale, mobilitazione talvolta coordinata di un'intera scuola. Penso ad un esemplare giornata dei "Sans" (sans papiers, senza lavoro, senza avvenire....) organizzata nell'Istituto professionale d'Herbuchène, alla quale ho avuto il piacere, con molti altri, di partecipare. Giornata modello per il coinvolgimento degli insegnanti e degli studenti, sensibilizzati da diverse attività (...) alle ingiustizie della nostra società.
In questa occasione, gli insegnanti hanno cercato di trasmettere ai propri allievi :
Al termine della giornata, questi alunni motivati chiedono un mondo più giusto. Ed è in questo momento che compare il limite della nostra azione pedagogica. Che si può loro proporre? Che gli si può rispondere quando ci domandano "intanto che fare?" e siamo costrettti a concedere che "cinquanta anni dopo è evidente che la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo non rappresenta nient'altro che una promessa eterea per la maggior parte degli esseri umani, com'è noto, per il miliardo e trecento milioni di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, per i trentacinque mila bambini che muoiono quotidianamente di malnutrizione e di malattie, per le centinaia di milioni di adulti che non sanno nè leggere nè scrivere, per i quaranta milioni di rifugiati e le migliaia di prigionieri per reati d'opinione o vittime di tortura". E' sufficiente consigliare agli alunni qualche azione caritatevole che gli metterà a posto la coscienza? Non è necessario, dopo questa constatazione di ingiustizia, porsi la domanda dell'origine di queste malattie sociali? E se ci si pone questa domanda, non si rischia immediatamente di approdare alle responsabilità essenziali del sistema economico e dei politici che collaborano con i poteri economici e si accontentano di gestire le linee di condotta imposte dalle potenze economiche senza metterle in discussione? Il professore esita, allora, ad addentrarsi sul terreno minato della politica che il suo statuto d'insegnante gli proibisce in teoria di toccare. Deve aiutare gli alunni a prendere coscienza delle ingiustizie del nostro sistema e puoi ammettere la nostra impotenza a lottare contro le violazioni dei diritti elementari dell'uomo, notoriamente nel dominio sociale ed economico che implicano il diritto al lavoro, alla salute, alla sicurezza sociale, all'istruzione.... A che serve predicare il rispetto dei diritti quando il nostro sistema uccide ogni momento degli innocenti e non soddisfa i loro bisogni elementari? Ha un senso predicare agli alummi la solidarietà e, nello stesso tempo, la sottomissione a una legge che perseguita questa solidarietà come un delitto? Quale ipocrisia e terribile ambiguità ci indurrebbe a denunciare la febbre e a cercare di abbassarla senza attaccarci al batterio o al virus che ne è la causa? Qui vorrei citarvi largamente un estratto dalla prefazione di un'opera dell'americano Noam Chomsky, molto recentemente comparsa in francese e intitolata "Responsabilità degli intellettuali". In questa prefazione Michael Albert propone la seguente parabola: Supponiamo che un ipotetico dio, lasciato ad osservare il trattamento che alcuni umani riservano ad altri umani, decida che alla data del 1mo gennaio 2000, i corpi di tutte le vittime innocenti del "mondo libero" cessassero di decomporsi. Chiunque morirà di fame o per l'impossibilità di accedere alle cure mediche più elementari, chiunque sarà torturato a morte, assassinato, violato etc; in breve, chiunque morirà sotto i colpi di una violenza o di un'ingiustizia vedrà il proprio corpo resistere eternamente alla decomposizione naturale. Immaginiamo che questi cadaveri, ridotti imputriscibili, siano allora sistematicamente caricati in vagoni trasparenti collegati a una locomotiva. Il tutto che si sposta, senza mai fermarsi, attraverso gli Stati Uniti. Uno per uno i cadaveri saranno gettati gli uni sugli altri in questi vagoni vetrati. Mille per vagone, duecento al minuto, un nuovo vagone ogni cinque minuti, senza mai fermarsi, notte e giorno senza tregua. I corpi esposti agli occhi di tutti, per tutto il tragitto di questo treno della morte violenta. Il primo gennaio 2001, per il primo anniversario del convoglio, il treno della morte violenta misurerà intorno ai 3200 km di lunghezza e, alla velocità media di 30km/h, lalocomotiva impiegherà almeno 5 giorni per ripassare nello stesso punto. Nel 2010, supponendo che ad arginare il fenomeno non sia intervenuto alcun capovolgimento straordinario nelle nostre istituzioni o nel nostro comportamento, il treno coprirà sette volte la distanza tra New York e San Francisco e bisognerà attendere sei settimane tra il momento in cui la locomotiva passerà la Statua della libertà e quello in cui il nostro dio, ancora a domandarsi quanto tempo servirà all'umanità per interpretare correttamente il suo messaggio, vedrà passarvi l'ultimo vagone.[…] Intanto, immaginate questo treno della morte violenta serpeggiare senza fine da una costa americana all'altra. Immaginiamo che noi potessimo rappresentarci questi cadaveri con tutti coloro che che essi hanno amato o avrebbero potuto amare, hanno sfamato o avrebbero potuto sfamare, hanno cresciuto o avrebbero potuto crescere. Ma chi sale sul treno della morte violenta? Le popolazioni del terzo mondo barattano i propri organi con del cibo, vendono i loro bambini per salvare il resto della loro famiglia, sprofondano nella fame o aspettano il ritorno di uno scomparso. Sono vissuti in Brasile, in Indonesia, in Salvador, a New York o anche a Parigi (e io mi permetterei di aggiungere Steenokkerzeel). Ogni giorno, per decine di migliaia, essi si accatastano nei vagoni del treno. E' esagerato? Quando dieci milioni di bambini muoiono ogni anno per non aver ricevuto un supporto medico elementare che le nazioni industrializzate sono tuttavia in grado di fornirgli, e che ciò accada in paesi che, di contro, la Bank of America e la Exxon spremono senza scrupoli, come si può non pensare che si tratti di vere stragi di massa? I bambini affamati, malati, storpiati sono vittime di omicidio come lo sono i corpi trivellati di proiettili gettati nei fiumi dalle brigate della morte. Rifiutare l'aiuto medico ai paesi poveri e sottrargli le loro risorse economiche non è meno criminale che fornire materiale ai torturatori o premere sul grilletto. […] Se ci sentiamo in coinvolti da queste verità, possiamo allora facilmente vedere questo treno della morte violenta e ciò che lo alimenta giorno dopo giorno. Nel momento in cui ne abbiamo preso davvero coscienza come reagiremo? Con la depressione, l'angoscia, il cinismo, il fatalismo, la speranza, l'azione? Una volta che avessimo cominciato a guardare in faccia questo treno, che faremmo? Qualcosa mi dice che tali crimini sono talmente enormi, talmente disumani, che quelli che li commettono meriterebbero la morte. Un ben piccolo treno per gli assassini e sarebbe la fine del "treno della morte violenta". Una morte, per evitarne milioni. Ma certo, non è così che va il mondo. Delle persone danno degli ordini, brandiscono le armi, accumulano il cibo per se stessi, conducono perfino questo treno diabolico, ma sono le istituzioni che creano lo stampo (sottolineato da me) nel quale queste persone sono state fabbricate. Quale chilurgo avrebbe il coraggio tagliare nel vivo, nel momento in cui il cancro istituzionale consuma l'umanità intera? Prendere coscienza della responsabilità dei nostri paesi verso questi cadaveri accatastati nei vagoni di vetro fa sembrare insignificanti reazioni come quelle di scrivere articoli sull'argomento, distribuire volantini, indagare, militare per la pace, incitare la gente a riflettere seriamente prima di pagare le proprie imposte, manifestare, fare disobbedienza civile, creare un'istituzione dissidente o anche partecipare a uno scipero nazionale. Ma il fatto è tuttavia che questi sono gli atti che il nostro ipotetico dio si aspetterebbe da noi se lui (o lei) ha deciso di far passeggiare realmente i cadaveri del "mondo libero" lungo le nostre strade. Sono gesti che si aggiungono gli uni agli altr rendendo sempre più costosi i privilegi del potere e della dominazione fino a renderli finalmente talmente poco vantaggiosi che le istituzioni che gli danno credito e li perpetuino comincino a vacillare. Come si dice: "Si perde, si perde, si perde e poi, un giorno, si finisce col guadagnare". Ogni fallimento è una tappa obbligata nel processo che porta a reali cambiamenti nelle istituzioni.
A partire da questa parabola si può porre a lezione la domanda della possibile risposta alle strutture e alle persone che, scientemente, violano ogni giorno dei diritti dell'uomo tra i più elementari . Les déclarations des droits de l'homme sont des documents révolutionnaires que nous devons nous approprier. La Dichiarazione dei diritti dell'uomo e dei cittadini del 1973 (detta " montagnarde " del 24/06/1793) dice esplicitamente nel suo articolo XXXV :Quando un governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è per il popolo e per ogni parte del popolo, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri. La Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948 analogamente riconosce nel suo preambilo che il supremo ricorso è la rivolta contro la tirannia . La tirannia è oggi il fatto della banca mondiale, del FMI e dei funzionari dell'OCSE. Funzionari che, come Christian Morrisson, funzionario OCSE, prodigano ai vari governi i loro consigli per tagliare nei diritti sociali ed economici evitando le reazioni congiunte della popolazione e affabulando i movimenti sociali.
Bisogna, in classe, evocare l'immoralità di certe leggi e, di conseguenza, l'illegalità di certe pratiche morali. Discutere nel quotidiano dei limiti del sopportabile e delle frontiere della cooperazione. Stimolare l'interesse dei giovani per la cosa pubblica e il loro coinvolgimento. Ma come fare quando tanti colleghi disincantati predicano l'indifferentismo, l'individualismo sfrenato e il distacco? Le 'Missioni attribuite alla scuola sono in questo senso contradditorie. Da una parte l'insegnante è pregato di fatto di inserire gli alunni in una "logica di efficacità, redditività, produttività, competitività, flessibilità, impiegabilità…". Deve dunque "preparare gli alunni ad essere redditizi, efficaci produttivi, competitivi e a non perdere nessun tempo nel farlo perchè gli altri danno lo stesso e rischiano di diventare più redditizi, più produttivi, più competitivi" La logica della redditività del nostro sistema economico lo esige. Ma, accanto a questo, l'insegnante dovrebbe illuminare il bambino, formare dei cittadini, educare "i suoi alunni alla solidarietà, alla giustizia e alla fraternità, e quindi insegnargli a denunciare la concorrenza e la competizione, ad organizzarsi collettivamente contro l'economia". Si vede quanto siano contradditorie ed incompatibili queste missioni. Gli ideali di generodità e di fratellanza è per me impossibile conciliarli con la logica dell'economia. Credo che bisognerebe scegliere, non si possono servire due padroni. Gli adulti non dovrebbero cercare di soffocare la violenza dei giovani. La devono canalizzare. L'essenziale per me è suggerire ai giovani la lotta, perchè è tanto un dare senso alla loro esistenza che molti di loro considerano solamente essere assurda. Non c'è dell'inevitabile, tutto è ancora da costruire, tutto può essere oggetto di una lotta.
Extrait de Misère de l'école,
livre noir de l'Aped sur le (dé)financement de l'enseignement. |