CHE SI PUO' FARE AL DI LA' DEI DISCORSI?
I diritti dell'uomo e la scuola
Di
ANNE MORELLI
Traduzione a cura di
Paola Capozzi

Il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo è stato occasione per numerose iniziative pedagogiche, tanto diversificate quanto meritevoli: pubblicazioni, lezioni di morale, mobilitazione talvolta coordinata di un'intera scuola. Penso ad un esemplare giornata dei "Sans" (sans papiers, senza lavoro, senza avvenire....) organizzata nell'Istituto professionale d'Herbuchène, alla quale ho avuto il piacere, insieme a molti altri, di partecipare. Giornata modello quanto a coinvolgimento degli insegnanti e degli studenti, sensibilizzati alle ingiustizie della nostra società da svariate attività (...).

In questa occasione, gli insegnanti hanno cercato di trasmettere ai propri allievi :

-  un'etica
-  una solidarietà
-  uno spirito critico.

Al termine della giornata, questi alunni motivati chiedono un mondo più giusto. Ed è in questo momento che si manifesta il limite della nostra azione pedagogica.

Che si può loro proporre? Che cosa gli si può rispondere quando ci domandano "intanto, che fare?" e noi siamo costrettti a concedere che "cinquanta anni dopo è chiaro che la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo non rappresenta nient'altro che una vaga promessa per la maggior parte degli esseri umani ovvero, com'è noto, per quel miliardo e trecento milioni di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, per i trentacinque mila bambini che muoiono quotidianamente di malnutrizione e di malattie, per le centinaia di milioni di adulti che non sanno nè leggere nè scrivere, per i quaranta milioni di rifugiati e le migliaia di prigionieri per reati d'opinione o vittime di tortura".

E' sufficiente consigliare agli alunni qualche azione caritatevole che gli metterà a posto la coscienza? Non è necessario, dopo tale constatazione di ingiustizia, porsi la domanda dell'origine di queste malattie sociali?

E se ci si pone questa domanda, non si rischia immediatamente di approdare alle responsabilità sostanziali del sistema economico e dei politici che collaborano con i poteri economici e che si accontentano di gestire le linee di condotta imposte dalle potenze economiche senza metterle in discussione? Il professore esita, allora, ad addentrarsi sul terreno minato della politica che il suo statuto d'insegnante gli proibisce in teoria di toccare. Deve aiutare gli alunni a prendere coscienza delle ingiustizie del nostro sistema e poi ammettere la nostra impotenza a lottare contro le violazioni dei diritti elementari dell'uomo, notoriamente nel dominio sociale ed economico che implica il diritto al lavoro, alla salute, alla sicurezza sociale, all'istruzione.... A che serve predicare il rispetto dei diritti quando il nostro sistema uccide ogni momento degli innocenti e non soddisfa i loro bisogni elementari? Ha un senso predicare agli alummi la solidarietà e, nello stesso tempo, la sottomissione ad una legge che perseguita questa solidarietà come fosse un delitto? Quale ipocrisia e terribile ambiguità ci indurrebbe a denunciare la febbre, a cercare di abbassarla senza riportarci al batterio o al virus che ne è la causa?

Qui vorrei citarvi largamente un estratto dalla prefazione di un'opera dell'americano Noam Chomsky, molto recentemente comparsa in francese e intitolata "Responsabilità degli intellettuali". In questa prefazione Michael Albert propone la seguente parabola:

Supponiamo che un ipotetico dio, lasciato ad osservare il trattamento che alcuni umani riservano ad altri umani decidesse che, alla data del 1° gennaio 2000, i corpi di tutte le vittime innocenti del "mondo libero" cessassero di decomporsi. Chiunque morirà di fame o per l'impossibilità di accedere alle cure mediche più elementari, chiunque sarà torturato a morte, assassinato, violato etc... in breve, chiunque morirà sotto i colpi di una violenza o di un'ingiustizia, vedrà il proprio corpo resistere eternamente alla sua naturale decomposizione. Immaginiamo che questi cadaveri, ormai imputrescibili, siano allora sistematicamente caricati in vagoni trasparenti collegati ad una locomotiva. Il tutto che si sposta, senza mai fermarsi, attraverso gli Stati Uniti. Uno per uno i cadaveri saranno gettati gli uni sugli altri in questi vagoni vetrati. Mille per vagone, duecento al minuto, un nuovo vagone ogni cinque minuti, senza mai fermarsi, notte e giorno senza tregua. I corpi esposti agli occhi di tutti, lungo tutto il tragitto di questo treno della morte violenta.

Il primo gennaio 2001, per il primo anniversario del convoglio, il treno della morte violenta misurerà intorno ai 3200 km di lunghezza e, alla velocità media di 30km/h, la locomotiva ci impiegherà almeno 5 giorni per ripassare nello stesso punto. Nel 2010, supponendo che ad arginare il fenomeno non sia intervenuto alcun capovolgimento straordinario nelle nostre istituzioni o nel nostro comportamento, il treno coprirà sette volte la distanza tra New York e San Francisco e bisognerà attendere sei settimane tra il momento in cui la locomotiva passerà accanto alla Statua della Libertà e quello in cui il nostro dio, ancora a domandarsi quanto tempo servirà all'umanità per interpretare correttamente il suo messaggio, vedrà passargli accanto l'ultimo vagone.[…]

Intanto, immaginate questo treno della morte violenta serpeggiare senza fine da una costa americana all'altra. Immaginate che noi potessimo rappresentarci questi cadaveri, con tutti coloro che che essi hanno amato o avrebbero potuto amare, hanno sfamato o avrebbero potuto sfamare, hanno cresciuto o avrebbero potuto crescere.

Ma chi sale sul treno della morte violenta? Le popolazioni del terzo mondo barattano i propri organi per del cibo, vendono i loro bambini per salvare il resto della loro famiglia, sprofondano nella fame o aspettano il ritorno di qualcuno scomparso. Sono vissuti in Brasile, in Indonesia, in Salvador, a New York o anche a Parigi (e io mi permetterei di aggiungere Steenokkerzeel). Ogni giorno, a decine di migliaia, essi si accatastano nei vagoni del treno.

E' esagerato? Quando dieci milioni di bambini muoiono ogni anno per non aver ricevuto un supporto medico elementare che le nazioni industrializzate sono tuttavia in grado di fornirgli, e che ciò accada in paesi che, di contro, la Bank of America e la Exxon spremono senza scrupoli, come si può non pensare che si tratti di vere stragi di massa? I bambini affamati, malati, storpiati sono vittime di omicidio, come lo sono i corpi crivellati dai proiettili e gettati nei fiumi dalle brigate della morte. Rifiutare l'aiuto medico ai paesi poveri e sottrargli le loro risorse economiche non è meno criminale che fornire materiale ai torturatori o premere il dito sul grilletto. […]

Se ci sentiamo coinvolti in queste verità, potremo allora vedere facilmente il treno della morte violenta e ciò che lo alimenta giorno per giorno. E, nel momento in cui ne prendessimo davvero coscienza come reagiremmo? Con la depressione, l'angoscia, il cinismo, il fatalismo, la speranza, l'azione?

Che faremmo, una volta cominciato a guardare dritto verso questo treno? Qualcosa mi dice che tali crimini sono talmente enormi, talmente disumani, che chi li commette meriterebbe la morte. Un piccolo treno per gli assassini e sarebbe la fine per il "treno della morte violenta". Una morte per evitarne milioni. Ma certo, non è così che va il mondo. Alcune persone danno degli ordini, brandiscono le armi, accumulano il cibo per se stesse, conducono perfino questo treno diabolico, ma sono le istituzioni che creano lo stampo col quale tali persone sono state fabbricate. Quale chirurgo avrebbe mai il coraggio tagliare nel vivo, nel momento in cui il cancro istituzionale consuma l'intera umanità?

Prendere coscienza delle responsabilità dei nostri paesi nei confronti di tutti questi cadaveri ammucchiati nei vagoni di vetro fa apparire insignificanti reazioni come scrivere articoli sull'argomento, distribuire volantini, capire, militare per la pace, incitare la gente a riflettere seriamente prima di pagare le imposte, manifestare, fare disobbedienza civile, creare un'istituzione antagonista o anche partecipare ad uno sciopero nazionale. Ma il fatto è, tuttavia, che questi sono gli atti che il nostro ipotetico dio si aspetterebbe da noi se lui (o lei) avesse deciso realmente di scarrozzare in giro per le nostre strade i cadaveri del "mondo libero". Sono gesti che si sommano gli uni agli altri rendendo sempre più costosi i privilegi del potere e della dominazione, fino a renderli finalmente talmente poco vantaggiosi da far vacillare le istituzioni che gli danno credito e li perpetuano.

Come si dice: "Si perde, si perde, si perde e poi, un giorno, si finisce col guadagnare". Ogni fallimento è una tappa obbligata nel processo che porta a reali cambiamenti nelle istituzioni.

A partire da questa parabola si può porre in classe la domanda sulle risposte possibili alle strutture ed alle persone che, scientemente, violano ogni giorno diritti dell'uomo tra i più elementari .

Le dichiarazioni dei diritti dell'uomo sono dei documenti rivoluzionari, dei quali dobbiamo impadronirci.

Nel suo articolo XXXV, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1973 (detta " montagnarde " del 24/06/1793), dice esplicitamente: quando un governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è per il popolo, e per ogni parte del popolo, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri.

Analogamente, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948 riconosce, nel suo preambolo, che il ricorso supremo è la rivolta contro la tirannia .

La tirannia è oggi il fatto della banca mondiale, del FMI e dei funzionari dell'OCSE.

Funzionari che, come Christian Morrisson, dell'OCSE, prodigano ai vari governi i propri consigli per tagliare nei diritti sociali ed economici, evitando le reazioni congiunte della popolazione e affabulando i movimenti sociali.

Bisogna, in classe, far presente l'immoralità di certe leggi e, di conseguenza, l'illegalità di certe pratiche morali. Discutere, nel quotidiano, sui limiti del sopportabile e sulle frontiere della cooperazione. Stimolare l'interesse dei giovani per la cosa pubblica ed il loro coinvolgimento. Ma come fare quando tanti colleghi disincantati predicano l'indifferentismo, l'individualismo sfrenato e il distacco?

Le missioni attribuite alla scuola sono, in questo senso, contradditorie. Da una parte l'insegnante viene invitato di fatto ad inserire gli alunni in una "logica di efficientismo, di redditività, di produttività, di competitività, di flessibilità, di impiegabilità…". Deve dunque "preparare gli alunni ad essere redditizi, efficaci produttivi, competitivi e a non perdere alcun tempo a fare quasto perchè intanto gli altri fanno lo stesso e lui rischia che diventino più redditizi, più produttivi, più competitivi". Lo esige la logica della redditività del nostro sistema economico.

Ma, accanto a questo, l'insegnante dovrebbe illuminare il bambino, formare cittadini, educare "i suoi alunni alla solidarietà, alla giustizia e alla fratellanza e, quindi, insegnargli a denunciare la concorrenza e la competizione, ad organizzarsi collettivamente per far fronte all'economia".

Si vede quanto siano contradditorie ed incompatibili queste missioni. Gli ideali di generosità e di fratellanza mi è impossibile conciliarli con la logica dell'economia. Credo si debba scegliere, non si possono servire due padroni.

(....)

Extrait de Misère de l'école, livre noir de l'Aped sur le (dé)financement de l'enseignement.
Articolo pubblicato dal sito dell'Aped alla Url:
http://www.ecoledemocratique.levillage.org/article.php3?id_article=47