C E N S I S


Media e minori nel mondo

Scenari internazionali, sfide per il futuro

 

Roma, 7 febbraio 2002

Il tema media e minori è riuscito negli ultimi vent’anni anche in Italia a conquistare l’attenzione di genitori, insegnanti, operatori dell’informazione, ricercatori per la sua evidente centralità nei percorsi di crescita dei ragazzi e nella trasformazione degli stili di vita e dei modelli culturali.

Va detto però che troppo spesso il dibattito è rimasto schiacciato in una dialettica sterile: da una parte, una forma di allarmismo esasperato che vede nel rapporto violenza televisiva/aggressività infantile un’equazione perfetta, dall’altra una tendenza rischiosa ad un’autoassoluzione superficiale e irresponsabile da parte di produttori e emittenti, finalizzata a minimizzare gli effetti potenzialmente negativi dei media. Un dialettica, oltre che sterile, controproducente giacchè ha finito con il soffocare nei fatti ogni tentativo di far lievitare il dibattito e di far evolvere realmente la situazione.

Il Censis si propone con questo dossier di offrire un contributo per la ridefinizione del problema in un’ottica più corretta e matura.

Questo studio fa dell’internazionalità, dell’approccio globale, una precisa scelta di metodo e di interpretazione, nel convincimento che per ben comprendere i processi in atto è necessario ampliare il fuoco d’analisi.

Questo momento di riflessione è frutto del confronto permanente che ormai da molti anni si svolge tra il Censis e alcuni dei più accreditati istituti e gruppi di ricerca attivi in questo campo in ambito internazionale.

Un grande business
Guardare al fenomeno in una prospettiva globale consente innanzitutto di sottrarre il fenomeno stesso alla percezione tutta privata che ne abbiamo (i nostri ragazzi davanti alla TV, a un computer, a una consolle per videogiochi) per ricollocarlo in un’altra dimensione, se non più reale, certamente più concreta: quella di un grande business, di un mercato globale imponente, dominato da colossali compagnie multinazionali produttrici di intrattenimento elettronico, che affina ogni giorno le sue strategie per conquistare un mercato estremamente goloso, quello appunto dei minori (che sono il 36% della popolazione mondiale – ovvero 2,1 miliardi su 6).

Sulla vitalità del settore non ci sono dubbi: basti pensare che sono stati creati 87 canali televisivi dedicati ai bambini in tutto il mondo, di cui 50 negli ultimi tre anni. Del resto la televisione si va ormai diffondendo ovunque, tanto che si stima al 70% la percentuale di famiglie dotate di un televisore in tutto il globo. 

Il riflesso economico di tale diffusione è di tutto rispetto: nei soli USA, l’investimento pubblicitario annuale per il marketing rivolto ai bambini ammonta a 12 miliardi di dollari, e per altro si stima che i bambini americani influiscano sugli acquisti per oltre 500 miliardi di dollari l’anno.

In parallelo, la diffusione dei new media attiva nuove opportunità economiche: accanto ad un incremento di utenti Internet stimato al 100% ogni anno, si afferma l’industria di video e computer game come business dell’intrattenimento elettronico in più rapida crescita e con maggiori profitti.

Del resto il processo è caratterizzato dalla tendenziale ristrutturazione dei mercati nazionali in potenti strutture globali che allargano così enormemente il proprio bacino d’utenza, nonché dall’intreccio crescente tra mercato legato a video e computer game da un lato, e TV e cinema dall’altro, collegati a siti web e chat line che fanno da amplificatori (tav. 1).

I bambini sono dunque diventati un grande affare e si avviano ad esserlo sempre di più.

L’omologazione culturale
Evidentemente strutture che producono divertimento ma anche visioni della vita, che veicolano ruoli sociali, stili e valori debbono, per parlare a audience mondiali, trovare nei loro prodotti un linguaggio unico, sufficientemente delocalizzato per essere accettato da tutti i bambini ma che inevitabilmente veicola una precisa visione del mondo (con l’eccezione di alcuni tentativi di affermare per l’appunto la relatività dei punti di vista).

Dunque i rischi dell’omologazione culturale sono reali. A questo proposito, possiamo notare come la diffusione dei 4 principali canali mondiali possano vantare estensioni planetarie (vedi la Mappa allegata).

Anche in questo caso, però, bisogna guardarsi dalle semplificazioni: adottare misure rigidamente protezionistiche in paesi in cui la produzione autoctona è ai primi passi e di scarsa qualità, potrebbe risultare penalizzante per quegli stessi paesi. Dunque non bisogna affidarsi a formule semplici ma monitorare e accompagnare i processi.

Minori e digital divide
Un’analisi globale è utile anche per comprendere meglio cosa vuol dire veramente parlare oggi dei diritti dei minori rispetto ai media.

Nel contesto attuale, caratterizzato da un’evoluzione tecnologica accelerata, il problema dei diritti si declina su 2 piani: quello dell’accesso, e quello dei contenuti.

E’ chiaro infatti che i ragazzi in condizione e capaci oggi di usare le nuove tecnologie della comunicazione saranno in futuro adulti inseriti in logiche e prospettive di inclusione sociale mentre tutti gli altri vivranno più probabilmente derive di esclusione.

Le linee di demarcazione tra paesi in questo senso sono nette (tab. 1). In molti paesi europei, in Nord America, in Giappone, in Australia, i ragazzi possiedono in casa (spesso nella loro camera) tutta la tecnologia multimediale immaginabile.

In altre aree del pianeta (Africa, Asia, America Latina) la situazione appare radicalmente diversa e sebbene la televisione abbia conosciuto un rapido sviluppo è ancora la radio il mezzo più diffuso.

Le linee di demarcazione attraversano però anche uno stesso Paese: due importanti ricerche americane, Media in the Home 2000 (della Pennsylvania University) e Kids and Media: The New Millennium dimostrano che negli Usa il 78% dei ragazzi bianchi possiede un computer contro il 55% degli afro americani e il 48% degli ispanici. Le differenze per reddito, per sesso e per etnia attive nei paesi sviluppati tendono a riprodursi anche in quelli in via di sviluppo (è il caso dell’India): su 100 bambini, il 2,3% ha accesso a vecchi e nuovi media, il 30% solo ai vecchi (e sono in prevalenza bambini dei ceti alti), il resto è completamente escluso.

La diffusione delle nuove tecnologie sembra dunque essere influenzata dalle variabili di inclusione sociale classiche; non a caso, anche in Italia la diffusione dell’informatica è certamente più ampia al Nord.

Stili di consumo
Le indagini comparate realizzate in diversi paesi evidenziano che esiste, contrariamente a quanto si teme in termini di massificazione degli stili di consumo, una tendenza da parte dei minori a personalizzare il proprio palinsesto di fruizione multimediale: come dire che ciascun ragazzo trova un suo personale accesso alla fruizione dei diversi media (tab. 2).

A fronte di questo aspetto certamente confortante, dobbiamo però sottolineare anche altri tratti:

- il tempo complessivo dedicato dai minori europei ai media ammonta a 4 ore e 15 minuti al giorno; il 25% arriva a 5 ore e 15 minuti; se si considera il budget time giornaliero di un minore, il sovradimensionamento appare evidente;

- malgrado i ritmi di crescita della fruizione degli altri media siano sostenuti, la televisione resta il “grande attrattore” per tutti i bambini in tutta Europa, il comune denominatore che accomuna tutti gli stili di fruizione;

- nei paesi in via di sviluppo i media “socializzano”, nei paesi a sviluppo industriale avanzato i media “isolano” (per il moltiplicarsi degli apparecchi domestici).

Gap tra quantità e qualità
La crescita della televisione per minori è inarrestabile; come già detto 50 degli 87 canali censiti da Screen Digest sono stati creati negli ultimi 3 anni. Se l’offerta cresce a ritmi vertiginosi, le recenti tendenze della programmazione evidenziano, almeno per quanto riguarda l’Europa, un peggioramento generale dell’offerta e un contemporaneo aumento dell’importazione, a causa di forme deboli di regolamentazione e dell’aumentata competizione tra canali commerciali. Il panorama però non è omogeneo:

- i paesi nordeuropei hanno conservato strategie d’offerta più attente, che affondano le radici in una sensibilità educativa che viene da lontano;

- i paesi dell’Est europeo sono interessati da importazioni massicce con prodotti sempre più scadenti a tasso di violenza altissimo;

- i cartoni animati giapponesi vincono ovunque, perfino in USA (perché i costi produttivi sono bassissimi, addirittura 1/5 rispetto alla stessa produzione americana);

- quasi la totalità della programmazione per bambini in India e in Cina risulta d’importazione;

- in America Latina i programmi in chiaro sono sempre più mediocri mentre le pay TV trasmettono programmi di una certa qualità;

- il Giappone persegue una massiccia politica d’esportazione di programmi scadenti, mentre i prodotti nazionali cominciano ad adottare strategie di sostegno alla qualità;

- un caso felice è rappresentato dall’Australia che sta perseguendo in questo senso un’intelligente politica di sostegno alla qualità, anche attraverso il meccanismo delle quote.

Preoccupazioni fondate
Gli effetti psicologici e culturali dei media sui minori sono al centro delle preoccupazioni di genitori e insegnanti, come dimostra una recentissima ricerca del Censis (tab. 3). Anche in questo caso la prospettiva internazionale aiuta, perché contrariamente a quanto avviene in Italia, la produzione scientifica sui processi di influenza dei media è vastissima e imponente, risalendo i primi studi a 50 anni fa.

I processi d’influenza non seguono un percorso vettoriale ma vanno immaginati come una struttura a cascata: una fruizione troppo assidua di contenuti mediocri può avere una serie complessa di effetti: da quelli di interesse medico (posture errate, sovrappeso, alimentazione sbagliata), a quelli psicologici (isolamento, percezione “romanzata” della realtà, assuefazione alla violenza), a quelli culturali (senso estetico elementare, povertà linguistica, stereotipi sessuali ed etnici, coazione al consumo, limitazione dell’esplorazione conoscitiva individuale e così via).

Negli ultimi anni ha avuto fortuna la cosiddetta teoria del “bambino competente”: ma è una teoria che è stata totalmente fraintesa. La “competenza” del bambino è di tipo strumentale, e nulla lascia pensare che sia anche di tipo intellettivo. Tale teoria è stata purtroppo usata come alibi deresponsabilizzate: al contrario gli effetti della rappresentazione della violenza (assuefazione, diffidenza, giustificazione della stessa) sono ampiamente verificati sul piano della ricerca psicosociologica, anche se resta importantissima l’interazione con fattori predisponenti di tipo individuale e sociale.

Tale è la preoccupazione per i potenziali effetti negativi, che la ricerca internazionale si è impegnata in misura minoritaria a studiare gli effetti prosociali che pure sono certamente attivi: ad esempio promuovere attraverso i media la relazionalità, rimuovere gli stereotipi etnici, perfino fare terapia delle fobie (su cui esistono sperimentazioni interessanti).

Il problema sembra porsi allora in chiave più ampia, si vorrebbe dire politica. Qual è il senso e il ruolo che noi adulti attribuiamo ai media nella vita dei nostri figli? Siamo consapevoli del fatto che tali mezzi possono essere occasione positiva di crescita e non solo intrattenimento o evasione problematica? Siamo disposti a confrontarci con l’universo dei bambini e degli adolescenti per quello che sono, al di là degli stereotipi di creature fragili e perennemente minacciate o bambini perfetti e radiosi che gli stessi media costruiscono?

Per una politica culturale
Ha senso parlare di politica culturale, di progetto intenzionale quando si parla di media e minori? Noi crediamo che non solo abbia senso, ma sia improcrastinabile. Alla luce delle esperienze internazionali ma anche del nostro stesso Paese è necessario comprendere che l’avvio di una strategia consapevole di intervento in questo delicatissimo settore passa attraverso diverse azioni e non può essere “risolta” attraverso semplificazioni (bollini) o esclusivamente attraverso le fasce orarie protette.

E’ necessaria una strategia chiara e riconoscibile, che passi per esempio attraverso la rilevazione qualitativa delle reazioni del pubblico e la pubblicizzazione dei risultati, la creazione di occasioni periodiche di confronto diretto delle diverse opinioni, l’istituzione di un momento di scambio di conoscenze e di cultura scientifica sull’argomento a livello nazionale e internazionale, il rafforzamento delle capacità critiche del bambino e dell’adolescente attraverso l’avvio di forme verificate di “media education”; il sostegno alla produzione di qualità, il rafforzamento dell’incisività di commissioni consultive e di codici di autoregolamentazione.

Quelle elencate sono solo alcune delle piste d’azione che andranno sostenute da un’attività conoscitiva costante e attenta, nella collaborazione ravvicinata tra mondo delle istituzioni, mondo della società civile e mondo della ricerca.

A queste piste d’impegno una politica culturale per l’infanzia dovrà saper guardare per sostenere i percorsi di crescita delle nuove generazioni e attrezzarle al confronto con la realtà.

 

Tav. 1 – Media e minori: il grande business

Numero di canali televisivi dedicati ai bambini nel mondo: 87, di cui 50 creati negli ultimi 3 anni.
Stima della percentuale di famiglie dotate di un televisore nel mondo: 70% (con un incremento del 100% rispetto agli anni ’80 per quanto riguarda numero di televisori, ore di fruizione e numero di canali).
Investimento pubblicitario annuale per il marketing rivolto ai bambini nei soli USA: 12 miliardi di dollari.
Influenza dei bambini americani sugli acquisti per oltre 500 miliardi di dollari l’anno.
Percentuale di incremento degli utenti Internet ogni anno: il 100% (il 70% degli utenti vive in Nord America e Europa, abitate solo dal 17% della popolazione mondiale).
Affermazione dell’industria di video e computer game come business dell’intrattenimento elettronico in più rapida crescita e con maggiori profitti (guadagno stimato per il ’98: 18 miliardi di dollari).
Tendenza alla ristrutturazione dei sistemi produttivi locali dell’intrattenimento elettronico in potenti strutture globali.
Intreccio crescente tra mercato legato a video e computer game e mercato legato a TV e cinema.

Fonte: elaborazione Censis su dati III World Forum “Media and Children”, Salonicco 2001

 

 

Mappa

Tab. 1 - Diffusione di televisori, computer, linee telefoniche, cellulari e host internet per 100 abitanti: totale in base al reddito dei paesi e totale mondiale



 

 Reddito    
 

Paesi ad alto reddito

Paesi a medio reddito

Paesi a basso reddito

Totale mondiale

Televisori

67,4

25,8

14,5

25,3

Personal computer

31,5

-

-

-

Principali linee telefoniche

56,9

14,3

3,6

14,2

Utenti di telefonia mobile

26,6

3,9

0,8

5,4

Host internet

4,8

0,1

0,0

0,7

Popolazione nel 1998 (%)

15,0

25,0

60,0

100,0


(-) = Dato non disponibile

Fonte: Human Development Report, 2000

 

 

Tab. 2 - Stili di consumo dei media da parte di bambini e adolescenti di 10 paesi*(val. %)

 

   

%

I Gruppo Tradizionalisti

- Fruizione televisiva giornaliera pari a 2 ore e 30’. Consumo molto basso degli altri media

44,0

II Gruppo Multimediali

- Fruizione complessiva di media pari a 5 ore e 15’ al giorno. Prevalenza del mezzo televisivo (3 ore e 30’)

25,0

III Gruppo Monomediali

- Consumo televisivo giornaliero pari a 4 ore. Scarso interesse per i new media (giochi elettronici, PC, Internet)

21,0

IV Gruppo Specialisti

- del libro: circa 1 ora e 30’ di lettura giornaliera. Consumo televisivo comunque superiore a quello della lettura
- del PC: “vivono” per il computer e Internet, consumano molti videogiochi e poca televisione. Tempo complessivo di consumo di media pari a 6 ore e 30’ al giorno
- del PC e videogiochi: concentrati su computer e Internet, prediligono i videogiochi. Esposizione totale ai media 6 ore e 30’
- appassionati di televisione e videoregistratore: elevato consumo di TV e videoregistratore, basso consumo di videogiochi, computer e libri. Consumo totale di 6 ore al giorno.
- appassionati di TV e videogiochi: 2 ore e 30’ al giorno per giochi elettronici e 2 ore e 30’ per TV. Elevati valori di consumo anche per videoregistratore e PC. Consumo di media elevatissimo: 7 ore e 15’ al giorno

10,0

* I paesi considerati nella ricerca sono: Belgio, Svizzera, Germania, Spagna, Finlandia, Gran Bretagna, Israele, Italia, Olanda, Svezia

Fonte: elaborazione Censis su dati III World Forum “Media and Children”, Salonicco 2001

 

Tab. 3 - Le opinioni sul rapporto tra media e minori, per età, sesso, posizione nella famiglia e titolo di studio (val. %)

Modalità di risposta

Giovani sotto i 25 anni

Donne

Capifamiglia

Persone senza titolo di studio/ licenza elementare

Totale

I produttori devono fare attenzione a cosa diffondono

37,1

42,0

43,4

39,8

41,8

Devono essere i genitori a proteggerli

32,2

39,6

37,2

41,4

37,8

Deve intervenire lo stato per tutelare i minori

12,7

11,4

13,5

11,8

12,4

È bene che i bambini imparino come è fatto il mondo

19,7

8,7

7,8

7,7

9,8

N.B.: il totale non è uguale a 100 perché erano possibili più risposte

Fonte: indagine Censis, 2001

 

 

Televisione per bambini: diffusione dei quattro grandi canali mondiali

 

Cartoon network (Turner networks)

Disney Channel (Walt Disney Company)

Fox kids network (Fox Family World Wide

Nickeleodon (Viacom)